sabato 7 maggio 2011

FILIPPO TIRINCANTI: “Otherwise” (2011, Eleven)


Avete presente quel crooner italiano alto, calvo, con un vocione da basso? Quello che ha inflazionato i media nostrani negli ultimi due anni, uno dei pochi tra le nuove leve (ci ha fatto credere una certa critica provincialotta), capaci di confezionare un prodotto discografico a livello internazionale? La buona notizia è che è appena uscito un disco-debutto, “Otherwise” di un artista italiano, Filippo Tirincanti, che lo batte senza remissione di peccati, con una caratura - questa finalmente sì - internazionale, elevandosi di parecchie spanne sul suddetto (ingiustificato) totem italiota. Ascolti il disco, e mentre leggi la sua biografia stenti quasi a credere Filippo sia nato a Rimini, abbia passato l’adolescenza nell’italianissima Riccione e persino abbia un cognome così inequivocabilmente tricolore: una padronanza della lingua inglese (lo è tutto il disco) pressocchè perfetta, qualità minima se confrontata con un’interessantissima vocalità soulful. Sarebbe sin troppo facile tirare in ballo alcuni conosciutissimi crooner dalla fascinosa voce cartavetro, per farvi capire dove Filippo inzuppa la sua anima: un torto alla sua spiccata originalità, alle sue liriche elegiache che anelano ad un’utopica pace universale; le parole più ricorrenti ‘ocean’, ‘stars, ‘moon’, una sorta di vellutato spiritualismo cosmico che – questo sì - rivela un referente che Tirincanti si guarda bene dal celare anche nei suoi corti dreadlock, il Bob Marley dell’inno della resurrezione mistica panafricana Get Up Stand Up, che il nostro coverizza/personalizza con molta intelligenza. Stessa sapienza musicale presente in tutti gli episodi di Otherwise, un mix estremamente intrigante e calibrato di soul-blues-lounge music-jazz (Blues 4 Jaco) veicolato da musicisti con la M maiuscola che fanno elegante e misurato sfoggio di un importante background jazzistico: davanti a tutti il trombettista ‘davisiano’ Fabrizio Bosso e il tastierista Luca Mannutza (formidabili i suoi Hammond organ, Fender Rhodes e piano), abilissimo arrangiatore di tutti e 12 i brani del disco. Anche i legni del Bim String Quartet (due violini, viola, cello) condotti da Michele Santoro si rivelano fondamentali per l’edificazione dell’ampio respiro musicale che avvolge brani come Here I Am e Blues 4 Jaco. Forse è proprio negli episodi più rilassati e soul (Here I Am, Reality, Otherwise), stesi come sirene su scogli marini a bramare il dio sole, che Tirincanti esprime appieno la sua ‘deep inspiration’. Stiamo parlando di un songwriter-chitarrista-cantante forgiatosi in lunghe marchianti permanenze americane, a contatto di musicisti di varie nazionalità, cresciuto con nell’anima il mito di Jimi Hendrix (stravede da sempre per One Rainy Wish), e Jaco Pastorius. Quale finale più adatto allora della programmatica semi recitata Awareness, voce-electric guitar, ancora una volta il profeta di St. Ann, Jamaica a guidare le pacate parole di denuncia di Filippo: "Rules imposed by laws written by senseless men / poisoned civilitation with open wounds that will never be healed”
Pasquale ‘Wally’ Boffoli
Promo Filippo Tirincanti "Otherwise"
Filippo Tirincanti

DOC BROWN: "L'uomo tende all'equilibrio" (2011, Kitchen Studio)


Ecco i Doc Brown dalla provincia di Lecco, giovane formazione dedita ad un morbido pop-rock con cantato in italiano. Le influenze, dichiarate dalla stessa band, si fanno subito sentire al primo ascolto: Bluvertigo (in alcuni episodi più electro), brit-pop "moderno" e rock melodico italiano dell'ultimo periodo (Perturbazione, Madame Lingerie). Il disco si apre con Romantico Astrofisico, un brano che entra in testa con una certa facilità, piacevole da ascoltare come sanno esserlo, ad esempio, i Perturbazione di cui sopra. Si prosegue fra brani più riusciti, il singolo (con video) Il Male Del Secolo, con un bel giro di basso e una ritmica pulsante, con testi interessanti o comunque sopra la media e altri episodi penalizzati dall'uso altalenante della voce, a volte un po' troppo impostata. Salva Me gode di buoni arrangiamenti, di un bel ritmo e di suoni potenti e precisi (la produzione, in generale, è parecchio curata). Dimmi si avvale di effetti electro-pop che la rendono "ballabile", Beautiful unisce acustica e ritmi incalzanti (vagamente mersey-beat, con citazione lennoniana), Occhi Lucidi è rock più pesante ma la voce non convince. Ossigeno è forse il brano più interessante, onirico, con archi sintetici e un arrangiamento superiore che rende bene l'effetto di malinconica quiete. Il finale dell'album tende a ripetersi, non lo trovo all'altezza del resto, odora un po' di riempitivo, cosa che sconsiglio sempre, soprattutto quando c'è, come in questo caso, la possibilità di fare meglio. Ad esempio La Guerra Di Noi, che nell'intenzione dovrebbe essere più cattiva, poi non morde granchè. Il potenziale c'è tutto, molto dipenderà dalle intenzioni della band, dalla strada che deciderà di intraprendere: se continuare sulla direzione melodica e magari potenziare un po' il sound complessivo, oppure deviare leggermente dalla forma canzone più stereotipata, senza stravolgere il tutto. Potrei consigliare ai ragazzi un ascolto compulsivo a base di XTC e Prefab Sprout, campioni britannici della "forma perfetta" (con classe, lontana dai clichè), insieme ai migliori auguri!
Andrea Fornasari
Kitchen Studio

venerdì 6 maggio 2011

k.d. LANG AND THE SISS BOOM BANG: “Sing It Loud” (2011, Nonesuch)

Come hanno già scritto i giornali di mezzo mondo, è il disco sull’orgoglio d’essere se stessi, sulla propria emancipazione da quello che si era e si è. La grande artista canadese k.d. lang (il nome assolutamente in minuscolo per omaggiare il poeta avanguardista e.e. cummings) ritorna alle scene per la prima volta con una band tutta sua, Siss Boom Bang e un bellissimo disco “Sing It Loud” nove ballate d’amore più la cover di Heaven dei Talking Heads, registrate in quell’ex-conservatrice Nashville ora rivoluzionata in liberal e abitata anche da rocker come Jack White e Ben Folds. Co-prodotto insieme all’amico di lunga data Joe Pisapia, “Sing It Loud” mantiene una propria serenità, una ritrovata pace interiore dopo tante scorribande umorali dell’artista nel pop anni novanta e nelle infinite prese di posizioni umanitarie e sociali che la vedono impegnata ovunque, in special modo nelle battaglie per l’orgoglio lesbico, e ora, dopo un esilio volontario dal glamour e dalle folle, fresca e completamente nuova k.d. lang mette insieme musica, parole e divertimento, non per smitizzare il suo essere doppio, ma per ristabilire quella poesia che forse col tempo si era un po’ appassita ma mai piegata alle mode insensate. E’ un ritornare al suo amore principale, quel country pop melodico sgrassato dalle macchie d’erba e ricamato da cima e fondo di melodia rotonda, da grandi spazi, con puntate soul nel tremolio d’Hammond Sugar Buzz o nell’ozioso pizzicare di banjo trasognante e cristallino Habit of Mind; quello che è forte in queste tracce è il potente retrogusto miscelato molto finemente che esala intensità appunto soul, blues con quella eleganza rilassata di chi ha raggiunto la propria identità vitale, la propria dimensione nella musica, fuori delle ombre e sotto i raggi di un sole compiaciuto. Nella mente sempre quella Patsy Cline, cantante country morta nel ’63 e sua ispirazione assoluta e nelle tasche i resoconti della sua carriera, conflitti, vittorie e cadute che vanno a sommarsi e formare un tappo nell’anima, specie in quegli anni novanta dove la celebrità chiedeva troppo, ricattava e ingurgitava ogni istante della giornata; ma ora il rinascimento a nuova vita, a sacco svuotato, e tutto riscritto daccapo in questo disco che si riprende gli spazi della tenerezza ventosa Perfect World, l’istinto naturale di aprire gli occhi sulla bellezza Inglewood, la felicità ripescata di uno sviso caldo I Confess o una corale preghiera gioiosa che sale in alto, sopra i cieli del Tennessee Sorrow Nevermore. Una voce terribilmente donna in un look maschile, una grazia umana del dissenso che si fa farfalla campestre tra una canzone e una Gibson appena accordata.
Max Sannella

Tilt: “L’evoluzione delle ombre” (2011, Mescal)

Nonostante lo sforzo congiunto e la maturità sonica tanto agognata dalla band emiliana dei Tilt, in questo loro esordio “L’evoluzione delle ombre”, la fortuna di ascoltare una ventata d’ossigeno nuovo è rimandata a più in là, non si trova quella mutazione in avanti che ogni band per non rimanere fotocopia di quella vicino debba avere per non passare inosservata e senza un briciolo di considerazione; undici tracce di pop-rock senza nervi, melodie che scontano lo scontato, che non suscitano nemmeno quella simpatia delle canzoncine orecchiabili e senza pretese, e sì che poi l’organico sonoro d’insieme della band potrebbe permettersi ben altro, ma si tratta di scelte e di coraggi personali, poi però non lamentiamoci se la propria musica cala – o non riesce ad alzarsi – ai minimi storici dell’interessamento di qualcuno. Detto ciò il disco si muove lentamente, nebbie lontanissime di un post-wave che si mischiano con un pop d’annata, che parla d’amori, conflitti, domande, e vive di una classicità stordente, che sa di revival festivaliero anni ottanta, dove la strumentazione non osa nulla in più che il semplice accompagnamento e la voce rimane incollata a quel timbro rendendo tutto solennemente piatto tra gli Zero Assoluto e il non indefinito; unico brivido a pelle risulta Pallida che apre il lotto come a tirare via il lenzuolo all’improvviso, il risveglio brusco rock Scie chimiche, il contatto con la realtà Come se, il resto è acqua che scorre senza fermarsi ad abbeverare nessuno. Tuttavia gradevole per chi non cerca nulla nella musica, se non intrattenimento in sottofondo per i propri da fare, ma rimane sempre quel cruccio del perché tante band avendo mestiere tra le note, si fermano per poi non suonare un niente, non cercare quello stimolo che li faccia uscire allo scoperto veramente per quello che sono invece che stare a fare i musicisti retrò di un pop con i muscoli recisi, impotenti davanti alla mole d’alternativo che hanno davanti al muso. Per andare in tilt con la musica dei Tilt c’è ancora una vita davanti, e l’evoluzione delle ombre non pervenuta.
Max Sannella

IDRAMANTE: “Vite In Scatola” (2011, Autoprodotto)

Le vie che conducono a una musica italiana di qualità sono molte, a prima decade terzo millennio ormai trascorsa; artisti e band in grado di confezionare un prodotto valido a livello internazionale, che si parli di rock o di canzone d’autore, non latitano di certo, anzi possiamo dire che gli sforzi in tale direzione sono divenuti spasmodici negli ultimi anni e quasi sempre andati a buon fine, grazie anche alla consapevolezza dell’importanza di dover cercare delle location non sempre nostrane per la registrazione e produzione dei dischi. E’ il caso della band romana Idramante, che ha scelto di registrare il lato A del nuovo (secondo) lavoro “Vite In Scatola”, una sorta di doppio EP. autoprodotto, presso lo studio Electrical Audio di Chicago (a differenza del lato B realizzato all' RT Studio di Mantova): il risultato é ottimo, soprattutto nel primo, teso episodio (Fatevi Da Parte) eloquente biglietto da visita di una poetica compositiva improntata a un’urgenza emotiva e un esistenzialismo – declinato al femminile dalla brava Anna Luppi - che permea tutti gli undici episodi di "Vite In Scatola", non più tuttavia con questi iniziali toni claustrofobici, attraverso registri melodici ed espressivi molto vari e ben bilanciati. Notevole l’abilità e l’eclettismo strumentale di Massimo Minotti alle chitarre e Andrea Presciuttini alle tastiere (e chitarre), che offrono alla voce essenziale, scevra di sterili virtuosismi di Anna Luppi, il giusto viatico a liriche che non cadono mai nel banale. Massimo e Andrea si producono anche in ottime performance solistiche, nelle quali il modulo pop-rock incrocia spesso (soprattutto nel pianismo) un misurato gusto jazzistico. Che gli Idramante siano alla ricerca di una personale e nobile via nostrana alla ‘canzone’ è abbastanza chiaro: lo fanno cercando il giusto equilibrio tra comunicatività e qualità; in episodi come Adagio in re, Occhi Grandi, Vite In Scatola, Non so chi sono centrano il bersaglio rispolverando anche, in primo luogo nei tastierismi, un certo gusto ‘progressivo’ italico anni ’70. Anche l’idea di rivisitare molto sobriamente il Modugno di Ciao ciao bambina si rivela gradevole. Chiude il cd Anna Luppi in splendida solitudine, voce e tastiere, con Velocemente fragili. Un plauso a Lorenzo Modica per le immagini inquiete, a volte grate a Francis Bacon, di ‘umani’ inscatolati, profuse nel booklet del cd.
Pasquale Wally Boffoli
Idramante - Occhi Grandi (live, Roma 6 marzo 2010)

MATT JOHNSON: "Burning Blue Soul" (1981, 4ad) & "The Pornography of Despair"(1983,unreleased) - The psychedelic days of Mr. The The

Matt Johnson, londinese ormai prossimo ai 50 anni, nato nell'agosto 1961, passa l'intera adolescenza vivendo al piano sotto il pub dove lavora il padre, venendo a conoscenza quindi di una infinità di gruppi e stili musicali che si rifletteranno in seguito nella sua ampia sfera artistica. Molto precocemente si appassiona dei grandissimi Lennon, Buckley, Barrett fino a che, preso dal ciclone new wave successivo all'ondata punk che infiammava l'Inghilterra degli eighties decide di lanciarsi nell'avventura musicale. Già nel 1977 giovanissimo debutta col nome di The The in uno show comprendente Scritti Politti e Prag Vec tra gli altri, e registra addirittura un solo project intitolato "See Without Being Seen" , distribuito solo ai concerti in forma di audio cassette. Dopo aver partecipato ad alcuni dischi dei misconosciuti The Gadgets, 3 ottimi albums all'attivo, Matt accompagnato dal fido Keith Laws riesce a strappare un contratto per la nota etichetta post punk 4ad, (Dead Can Dance, Bauhaus, Cocteau Twins, Birthday Party ...), e con questa registra il suo strabiliante esordio "Burning Blue Soul"(1981).

MATT JOHNSON, Burning Blue Soul (1981, 4ad)
Il disco inizia in maniera sinistra con Red Cinders In the Sand, interamente strumentale, suoni meccanizzati, percussioni tribali e rumori come di pioggie acide, seguito da Song Without an Ending, basso pulsante e la voce filtrata di Matt che invoca " 100.000 persone oggi saranno bruciate, che cosa aspettiamo per un messaggio di pace, sì dal papa!” Il terzo brano Time Again for the Golden Sunset è molto rallentato, in polemica con le istituzioni "i politici ci dicono che niente andrà male nel nostro mondo stanotte, niente ma noi non capiamo" e un amara riflessione finale, "è dura riuscire a sopravvivere quindi ti senti ferito dentro"; Icing Up è una sorta di ballad acida con la voce evocativa di MJ "non ho futuro come non ho avuto passato e: sono qui nel mio angolo di plastica del mio mondo di plastica". Chitarre psych disegnano questo lungo brano e ancora percussioni elettroniche in evidenza e nastri che girano al contrario, loop, insomma uno dei brani più intensi del disco. Like a Sun Rising Through My Garden, titolo fantastico per una splendida song che apre alla grande la seconda facciata di Burning Blue Soul " guerre mondiali decidono il destino delle nazioni, il cielo si fa incandescente, ma io mi apro una lattina di istant karma, una postura di yoga ed il diavolo sparisce dalla mia vita"; poi la breve Out of Control solo 2 minuti strumentali cui fa seguito la maestosa Bugle Boy, forse la song più nota dell'album, aperta da squilli di trombe e la voce incredibile di Matt "qualche volta niente sembra reale, ascoltando la musica del cielo e della terra, hai mai pensato di essere la cosa più importante dell'universo?".
Delirious lo è effettivamente, con la voce di Matt raddoppiata, filtrata, distorta e altre amare conclusioni " so che non sono vicino alla perfezione, anzi sto andando nella direzione sbagliata, l'unica cosa che so fare è stare qui e suonare questa stupida chitarra". The River Flows East In Spring è un altro strumentale quasi tribale, cori stile hare krishna sotto acido, pianoforte simil Wyatt leggendario di Las Vegas Tango e tante percussioni. Another Boy Drowning, bellissima slow song chiude in maniera strepitosa il disco, qualche similitudine vocale con il Robyn Hitchcock acido degli esordi e tanta malinconia, "mi sono guardato nello specchio, penso che mi ucciderei se rimanessi cieco, gocce di pioggia nella mia testa, l'agonia è appena iniziata, nel caso non ti rivedrò spero ti sentirai felice di avermi conosciuto", davvero liriche profonde e disperate, marchiate da un' angoscia interiore. Burning Blue Soul in conclusione è il parto di una mente malata: vi si trovano echi del grande Syd Barrett ma qui siamo in una dimensione differente, il suono è più debitore agli anni '80 pur stravolgendolo radicalmente.

THE THE, The Pornography of Despair (1983)
Il disco si apre in maniera incredibile con Three Orange Kisses From Kazan, rumori e sovraincisioni varie introducono l'incredibile voce del nostro, distorta, sovrapposta, qualcosa che sta a metà strada tra i Talking Heads di "Remain in light" e i futuri campionamenti dei Radiohead, davvero un inizio impressionante. Segue The Nature of Virtue batteria secca, pianoforte disturbato accompagnano MJ, a seguire Mental Healing Process molto statica e ossessiva con il nostro che ripete "Don't change yourself to suit everybody else/non cambiare te stesso per soddisfare tutti gli altri" per confluire in Absolute Liberation, chitarre rallentate in Joy Division style e voce raddoppiata dall'eco "I've got a feeling that words can't explain/sento un feeling che le parole non possono spiegare".
Dumb As Death's Head, ancora litanie vocali e suoni intrecciati di pianoforti, chitarre trattate, insomma un pezzo che senza volerlo anticipa il suono dei Radiohead a venire con 15 anni di anticipo. Screw Up Your Feelings è uno dei pochi pezzi con la voce pulita di MJ, quasi a fare da preludio ai The The di "Soul Mining", poi Waitin' For The Upturn spettrale, intro di chitarra rubato a Robert Smith, un flauto a ricamare ed un sax incredibile, davvero un pezzo che lascia l'ascoltatore senza fiato. Leap Into The Wind: anche questa song aperta da un bel flauto e da una chitarra in stile post punk; poi The Sinking Feeling aperta da sirene ed allarmi, con suono scarno e secco, pezzo già noto questo perché figurerà nel seguente Soul Mining(1983). Fruit Of The Heart è una breve song strumentale tinteggiata dalle tastiere. Soup Of Mixed Emotions chiude il disco così come era cominciato, suoni tribali alla maniera del Byrne -Eno di "My Life in the bush of ghost", riavvolge il tutto in unico loop quasi ad invitare l'ascoltatore a riascoltare il tutto. Il disco venne distribuito da Johnson solo a pochi fidati amici: non si tratta in assoluto di un opera finita, anche se a mio avviso anticipa certi suoni a venire. Di lì a poco Matt Johnson farà musica più accessibile nel tentativo di allargare il suo pubblico: ci riuscirà con l'hit single Uncertain smile che comunque non gli farà conoscere il vero successo.
Ricardo Martillos
Matt Johnson

MATT JOHNSON/THE THE DISCOGRAPHY:
Burning Blue Soul (a nome Matt Johnson 1981)
The Pornography of Despair (mai pubblicato 1983)
Soul Mining (1983)
Infected (1986)
Mind Bomb (1989)
Dusk (1993)
Hanky Panky (1995)
NakedSelf (2000)

giovedì 5 maggio 2011

DIAMONDS - SIOUXSIE AND THE BANSHEES "Juju" (1981, Polydor)

Tracklist:

1 Spellbound
2 Into the light
3 Arabian Knights
4 Halloween
5 Monitor
6 Night shift
7 Sin in my heart
8 Head cut
9 Voodoo Dolly



Le continue invenzioni in termini di look e di comportamento fanno degli anni 80 un turbinio di elementi essenziali della mitologia punk; Siouxie and the Banshees ne sono l’esponenzialità acuta e oscura, un tetro e bel connubio tra E.A.Poe e oltraggioso potere, in cui la scena inglese alternativa si rotola avidamente. Dopo i necro-fasti del precedente "Kaleidoscope" (1980), e in seguito ad un forzato stop causa defezioni clamorose nella band originale, Susan Janet Dallion in arte Siouxie, John McGeoch alla chitarra, Steven Severin al basso e lo stravagantissimo Peter “Budgie” Clark – ex Big In Japan e Slits - alla batteria, danno fuoco alle micce, sotto consiglio amichevole di Robert Smith dei Cure, al quarto album della loro lugubre e fortunata carriera, "Juju", uno dei vertici assoluti dell’arte visionaria di Siouxie.
È il disco che – per la primissima volta – presenta alcuni squarci nelle atmosfere oppressive e plumbee degli esordi, mettendo definitivamente in luce una Siouxie padrona della sua voce calda ed evocativa (Spellbound); allineandosi alla nuova corrente del punk più sottomesso alle nebulose darkeggianti – che già sta portando nuovi illustrazioni sonore come giovanissimi Cure, Sister of mercy e Bauhaus – la band inglese si distende in sonorità malinconiche e tristi, depressioni stupende dettate dai Joy Division, dai quali SETB aspireranno linfa vitale per tutta la loro carriera. Dunque linee di basso compresse, chitarre drogate d’acido e anfetamina, i menzionati Joy Division che barcollano visionari in Sin in my heart. Magnifico disco che tocca sperimentazioni innovative e prende ancora risorse dai terreni malsani del punk, un banco di prova che consolida il marchio Siouxie and the Banshees tra i favori di un pubblico vastissimo e amante del nero come colore primario delle destrutturate asocialità della vita. Percussioni ossessive che cingono strette Halloween, Monitor ed Head cut; l’ombra della poetessa noir Patti Smith volteggia nell’aria, dove anche un sensoriale groove orientale padroneggia nelle retrovie sonore dell’intera track list, ma principalmente nella traccia Arabian knights, anticipazione “mediorientale” di un fermento che guarderà oltre confine dalla metà degli anni 80 fino alla fine.

Massimo Sannella

DIAMONDS - SMALL FACES: " Ogden’s nut gone flake" (1968, Immediate)

Tracklist:

1 Ogden’s nut gone flake
2 Afterglow of your love
3 Long agos and worlds apart
4 Rene
5 Song of a Baker
6 Lazy sunday
7 Happiness stan
8 Rollin’ over
9 The hungry intruder
10 The journey
11 Mad John
12 Happy days toy town


“Anni ruggenti” quelli dal 68 in poi: oltre le grandi rivoluzioni musicali e delle grafiche, anche la forma geometrica delle confezioni dei dischi si stranirono a josa. Tra i primi ad adottare la new packaging philosophy gli Small Faces per "Ogden’s nut gone flake". La versione in vinile 33 giri era contenuta in una colorata riproduzione di una scatola tonda di tabacco, e il disco è puro distillato psichedelico diviso in due parti: nella prima la concettualità, nella seconda la florealità imperante lungo quei versanti controculturali. Steve Marriott e Ronnie Lane, rispettivamente chitarra e voce, basso e voce, stanno fiutando nuovi percorsi sonori e vogliono lasciarsi alle spalle un groove troppo spigoloso e pieno di insidie elettriche, preferiscono mirare un suono che si avvicini il più possibile alla loro Inghilterra, ai loro istinti cockney –Lazy sunday ne è il vessillo maximo – ma è anche un disco che fa trasparire le molteplici incomprensioni tra i membri della band, lasciando nuovamente campo libero ad un incerto futuro. Dentro questo stupendo album girano tutte le più raffinate espressioni che in quei anni si avviluppavano come visioni quadruple di genialità, tutti gli ingredienti giusti di un panorama sonico complessivo interloquiscono e sgomitano per rimanere – come del resto hanno fatto – nell’immaginario collettivo; la psichedelia Ogden’s nut gone flake, The journey, il tocco folkyes Mad John, The hungry intruder, il rock Song of a Baker, Afterglow of your love e Rollin’ over. Ma sarà anche l’ultima occasione per sentirli tutti insieme, infatti, per quelle incomprensioni che nel frattempo si sono indurite a dismisura tra i due leader, la band si scioglie dividendosi le rispettive strade, Marriott – il prepotente delle liriche – va negli Humble Pie, Lane e il resto della band inseriscono nelle file Rod Stewart e Ron Wood e andranno a chiamarsi Faces. Chi ha quella tonda confezione di tabacco con dentro Ogden’s nut gone flake ha un piccolo tesoro.

Massimo Sannella

EL SANTO NADA: “Tuco” (2011, AnnoZeroLive)

“Tuco” non è ancora uscito (la release ufficiale è prevista per giugno) ed è già un “caso” nel panorama così poco sorprendente della scena indipendente italiana. El Santo Nada, ovvero la nuova creatura musicale di Umberto Palazzo, si staglia sull'orizzonte tremolante della discografia nostrana come un pistolero solitario nella migliore tradizione western e, improvvisamente, è come se ci fosse sempre stato. Desert rock strumentale è la definizione più sbrigativa che si possa dare del progetto, ma serve a malapena per avere un'idea del campo da gioco nel quale si muove questo combo di musicisti eccellenti e maestri delle atmosfere, che raccontano storie senza parole, dipingendo un paesaggio torrido che sta fra Pescara e l'Arizona, che impasta i suoni con sabbia, sangue e peyote, fra ossa sbiancate dal sole e piccoli rettili pigri nascosti sotto le dune. La narrazione è dominata da chitarre maestose e potentemente narrative, che tessono le trame di malinconie languide o di passioni tormentate, mentre la sessione ritmica soffia e romba in sottofondo come vento del deserto. Gallinas y Lagartos ne è un esempio lampante: struggente e ferocemente “addictive”, vanta una linea melodica che strappa la pelle in colossali ondate e una ritmica sibilante come il richiamo sinistro di un serpente a sonagli. Il tutto naturalmente sugellato da una produzione accurata al limite del maniacale, che valorizza ogni singolo suono e lo fa risaltare nella coralità del quadro finale. "Tuco" è un viaggio a passi lenti e misurati nel tempo e nello spazio, un rimedio segreto che cura naturalmente i sintomi dell'avvelenamento da stress che ci tormentano quotidianamente. I piani sequenza lentissimi su paesaggi desertici si alternano a corse frenetiche, duelli e inseguimenti, danze alimentate dalla tequila, passioni dolorose e violentissime i cui attori sono fantasmi archetipici di fuorilegge e cavalieri solitari, donne fatali e giocatori di carte, ubriaconi e assassini, eroi e reietti. Questo disco è un luogo in cui a tutti farebbe bene passare del tempo, almeno una volta nella vita. Sappiate che, una volta visitato, avrete sempre inevitabilmente voglia di tornarci.
Angela Fiore
AnnoZeroLive
EL SANTO NADA

MATANA ROBERTS “Coin Coin chapter one: gens de couleur libres” (2011 Constellation/Goodfellas)

La ricca scuola jazz di Chicago si arricchisce di un nuovo nome. Matana Roberts, sassofonista trentaquattrenne è l'ultimo frutto nato dal collettivo AACM, che in passato ha visto tra le sue fila Anthony Braxton, Lester Bowie ed altri grandi improvvisatori. Matana (“Dono” in ebraico) pubblica per Constellation, etichetta più nota per le pubblicazioni in campo rock, a dimostrare come a Chicago le scene rock e jazz si contaminano facilmente: pensiamo al trombettista Rob Mazurek, fondatore del Chicago Underground Duo/Trio etc., e collaboratore di Tortoise, Gastr del Sol e Calexico. Il progetto Coin Coin prevede l'uscita di dieci dischi, ognuno dei quali dedicato ad un' antenata di Matana e tutti da incidersi con formazioni diverse. Il disco si apre con un brano, Rise, di atmosfera col duetto tra il sax della Roberts, dal suono molto aspro, alla Ornette Coleman e un malinconico pianoforte, che prosegue con un crescendo orchestrale. Nel secondo brano Pov piti, sempre molto lento, piano, sax e archi creano un atmosfera quasi psichedelica su cui Matana alterna vocalizzi, voce recitante e un solo di sax molto lirico. Il brano termina con un improvvisazione free in cui agli archi si aggiungono i fiati. Più swingante il terzo brano, Song for Eulalie, con un piano africaneggiante, riff di fiati e voce e spazio all'improvvisazione.
Qui oltre all'Art Ensemble of Chicago, maestri dichiarati della Roberts, il pensiero corre ai Rip Rig and Panic e al loro ispiratore Don Cherry. I brani sono lunghi, con atmosfere che cambiano di continuo. Come succedeva col gruppo di Lester Bowie e Roscoe Mitchell dispiace però che i momenti swinganti o lirici lascino troppo presto spazio a improvvisazioni collettive che saranno ostiche per chi non ama il free jazz. Matana nei suoi soli mostra di avere appreso molte lezioni: oltre all'influenza di Ornette Coleman o di Jackie Mac Lean, inevitabili in un suonatore di alto, nei passaggi più melodici appare l'ombra di Coltrane, più rara in chi non suoni il tenore. Tutti i brani proseguono su questa falsariga, lunghi, articolati, con riferimenti al blues, al ragtime, in pratica una summa della storia del jazz, con brani anche recitati, perchè, nelle intenzioni della Roberts il progetto ha anche una componente teatrale: Libation for Mr Brown è un brano per sole voci, in cui solo nel finale entrano gli strumenti. Solo voci anche per Lullabye, meno convincente, una ninna nanna. Il brano conclusivo, How much would you cost? inizia con un valzer, poi diventa una filastrocca tribale. In conclusione, un disco che per chi ama il jazz in tutte le sue forme sarà senz'altro affascinante, anche se non convincono alcuni passaggi recitati, forse pensati per l'esecuzione dal vivo. Chi ama le contaminazioni tra generi e scene apprezzerà la presenza di Therry Amar dei Goodspeed You! Black Emperor al contrabbasso. Chi invece gradisce solo forme musicali molto semplici o melodiche troverà questo disco molto ostico.
Alfredo Sgarlato
Constellation Records
AACM
Matana Roberts live in London

THE LINK QUARTET: "4" (2011, Hammondbeat Records)

Mamma mamma, vieni a vedere! E' tornato il Link Quartet! Dovremmo aspettarlo come il Carosello da pischelli, ogni disco del gruppo piacentino. E io così lo aspetto. Perchè non puoi metterti a letto senza averlo prima ascoltato. Stavolta ho dovuto aspettare di più: sette anni durante i quali la casa mi si è riempita di bimbe da mettere a letto assieme a me, dopo il Carosello. E che ora possono goderne con me. Archiviata la prima parte di carriera con la pubblicazione di "Evolution", "4" inaugura la nuova fase del Link Quartet. La formazione di Paolo Negri e Renzo Bassi si è spaccata in due e riattaccata con l' ingresso in squadra di Marco Murtas e Alberto Maffi ai quali si aggiungono, su questo disco, le voci di Arnaldo Dodici (già su "Italian Playboys" e "Decade") e Tameca Jones, il sitar di Simon Rigot e i fiati degli Hellfire Horns. Il quartetto insomma non è più un quartetto e neanche il signor Link (alias Giulio Cardini) è più lo stesso, così come non è più della partita Tony Face. La classe però, rimane. Anzi, si affina.
4 mostra un gruppo sciolto come non mai nell' armeggiare con i vecchi suoni del funk e del jazz elettrico ma capace pure di aprirsi a curiosi esperimenti banghra come nella lunga intro della conclusiva Big Peach e nel suo intermezzo da foresta amazzonica o a raffinate e acide arie retro-futuristiche come quelle sfoggiate su Moonlight Serenade. Groove e stile sono le parole d' ordinanza e il Link Quartet non manca un bersaglio. Dodici tiri, dodici centri, sti figli di puttana. Paolo Negri è il Re Mida che trasforma in oro l' avorio, il suo quartetto la più potente banda di trafficanti di zanne d' elefante.
Franco "Lys" Dimauro
HammondbeatRecords

THE SICK ROSE - "Shaking Street + The Double Shot EP" (2011, Area Pirata)


Era solo questione di tempo. E di tempo ne era trascorso tanto: ventidue anni. Più di quelli che dividevano la nascita dei Sick Rose dai loro padri putativi. Esiste dunque
un’ intera generazione che ha frequentato le fiere del disco e i siti per collezionisti cercando di recuperare il tempo che non fu loro concesso. Una intera generazione cui però il destino sta offrendo la possibilità di recuperare le pepite della seconda corsa all’oro della garage music, quella degli anni Ottanta. Miniere ricche un po’ ovunque, anche qui in Italia, dove il filone aurifero scorreva proprio sotto il letto del Po, a Torino. Qui, all’ombra della Mole, nascevano i Sick Rose, dapprima fanatici teenager invaghiti del sound acido e compresso del Texas Punk e poi diventati capaci linotipisti di ogni carattere rock‘n'roll più autentico, in grado di spostare con abilità le assi di lavoro per potersi muovere con agio su intelaiature power pop, Motor City sound, proto-hard e raffinando le iniziali influenze sixties-punk che tuttavia torneranno a far capolino più e più volte durante tutta la loro storia. Dopo le allucinazioni texane di "Get Along Girl!" e "Faces" dunque i Sick Rose cominciano ad allargare gradatamente le maglie del loro suono.

Il primo passo è il doppio 7” "Double Shot", uscito nel 1987 per la Electic Eye, che se da un lato ribadisce l’amore della band per le teen band dei sixties (in questo caso sono due cover di Golden Dawn e Ugly Ducklings ad avvalorare il concetto), dall’altro traccia una via un po’ più personale di rielaborazione attraverso il beat saltellante e colorato di Hammond di When the sun refuses to shine (che verrà successivamente rielaborata col supporto di Beppe Crovella sull’album "Floating", NdLYS) e l’audace impennata di It s hard dove l’elemento Farfisa che ha caratterizzato, assieme all’uso pesante del fuzz, la prima fase del gruppo comincia a stemperarsi, mascherandosi dietro l’assalto delle chitarre. Il cambio di rotta avviene con il secondo album, con l’innesto di un secondo chitarrista a sottolineare la scelta di voler impennare il proprio guitar sound allontanandosi da scelte estetiche troppo vincolanti. Lo scatto di copertina rivela già la mutazione in atto: l’immagine del gruppo è adesso meno rigidamente vincolata dall’iconografia teen-punk delle copertine dei primi dischi, una alterazione confermata sul piano artistico dalle dieci tracce di "Shaking Street", un fulminante concentrato di Saints, Flamin’ Groovies, MC 5, Droogs, Real Kids che, malgrado negli anni seguenti venga poi considerato da Luca Re come un disco di transizione verso l’approdo hard di "Renaissance", ridimensionandone la portata storica, rimane una diapositiva sconcertante dell’abilità inattesa mostrata dal quintetto piemontese nel tenere le redini di un suono che ha geneticamente fagocitato la spirale proteica del rock‘n'roll classico e ne ha assorbito le sue caratteristiche strutturali.


Un documento che certifica la stagione di muta che sta caratterizzando la scena neogarage storica mondiale, di cui i Sick Rose fanno parte a pieno titolo ma che non è ancora del tutto stata accettata dal vecchio pubblico, tanto che "Shaking Street" registrerà una flessione delle vendite incrementando invece il numero dei concerti, prima limitati dalle attività lavorative di Rinaldo Doro che non permettevano assenze prolungate per affrontare il calendario dei concerti. Ed è qui, sul palco, che i Sick Rose fanno crollare le diffidenze residue con uno spettacolo appassionato, dove i nuovi pezzi hanno modo di scuotere la platea e di esplodere senza le limitazioni che in fase di missaggio penalizzeranno la carica di molte canzoni. Little Girlie Pearl, Like the other kids, She‘s got, A kiss is not enough, Little Sister, Teenage Nightdrive, alternate alle cover di Up is Up, Shaking Street, Raining Teardrops e a un lentaccio torbido come Don‘t keep me out (che urbanizza e aggiorna il linguaggio degli Animals) diventano per un po’ il nuovo alfabetiere del rock‘n'roll costruito in Italia su progetto americano. La ristampa Area Pirata arricchisce la scaletta di "Double Shot" e "Shaking Street" con un paio di inediti risalenti a quel periodo: una versione acustica del classico degli MC5 molto vicina alla versione di "Babes in arms" e una cover di Yesterdays Numbers da quel "Teenage Head" che proprio allora gira ininterrottamente sui piatti di Diego Mese e Luca Re. Non so a quale generazione apparteniate, ma se non avete ancora sostituito tutta la vostra riserva di testosterone con quella della somatostatina, finirete in un modo o nell’altro appiccicati qui dentro.
Franco “Lys” Dimauro
Sick Rose - 99th Floor
(live at "La Mecca Club", Florence Jan. 8, 1988)
Area Pirata

SIRUAN: “Brividi” (2011, Pull Music)

Matteo Gracis, in arte Siruan, firma per la milanese Pull Music questo esordio in 10 tracce più un remix e, come tutti quelli che fanno rap, ha un sacco di padri. Uno dei meriti principali del disco consiste proprio nel fatto che questi padri vengono congedati fin dal secondo brano: il testo provocatorio di Scusa Se Faccio Rap, è un'intelligente dichiarazione di intenti che, fin dall'inizio, ci avverte che non saremo bombardati di stereotipi gangsta e machisti, di ex ragazzi del ghetto che si vantano di sparare e di girare in limousine circondati da appariscenti lavoratrici del piacere e di tutti quei cliché che sono credibilissimi nel cuore del Queens, molto meno dalle parti di Abbiategrasso. Se a questa buona premessa aggiungiamo il gradevolissimo singolo d'esordio “Evviva l'Italia”, il primo giudizio non può che essere positivo, anche per chi non frequenta abitualmente il genere. Il singolo propone un ritratto amaro e scanzonato della situazione nazionale, senza addentrarsi in analisi particolarmente profonde (è pur vero che una consistente percentuale dei peggiori luoghi comuni sull'Italia rispondono a verità) e accentuando l'effetto “tarallucci e vino” sovrapponendo alla base una fisarmonica in perfetto stile “fiera di campagna”.
Le restanti tracce del disco, pur mantenendo fede all'iniziale promessa di non scadere nello stereotipo gangsta, non raggiungono particolari picchi di originalità, ma si destreggiano in modo accettabile fra le tematiche consuete di amori finiti, di notti di sesso indimenticabili, di indecisioni e dubbi post-adolescenziali propri di una generazione – quella di chi è nato negli anni '80 – che è stata addestrata a rimanere adolescente per tutta la vita. In questo senso Ragazzi di Oggi, una volta superato il leggero imbarazzo evocativo di Luis Miguel causato dal titolo, colpisce per il vertiginoso excursus del decennio frenetico che ha costituito l'infanzia dei trentenni di oggi, spingendo a riflettere sul turbine di eventi colossali e terribili che lo hanno caratterizzato e su che genere di adulti si possa diventare quando si è stati bambini nell'occhio del ciclone. Uno scadimento nell'inevitabile cliché misogino e sboccato si ha con il testo di Ho Trovato le Parole che, nonostante il ritornello indubbiamente liberatorio e in grado di strappare un sorriso all'ascoltatore, e nonostante le attenuanti generiche relative all'indiscussa percentuale di donne insopportabili in circolazione, risulta esageratamente autocompiaciuto nella volgarità stereotipata da uomo medio al bar. L'autore stesso ci tiene a precisare che “la volgarità non è gratuita”, ma risulta difficile dargli ragione. Nel complesso un esordio accettabile, che denota la voglia dell'autore di distinguersi in un panorama – quello del rap nostrano – i cui canoni sono talmente rigidi e definiti che risulta estremamente difficile far emergere la personalità del singolo artista. L'obiettivo, in questo senso, è ancora lontano, ma la determinazione e la buona volontà non sembrano mancare.

Angela Fiore

Evviva L'Italia

SIRUAN

DICK HECKSTALL SMITH: “A Story Ended” & “ Sweet Pain”

Dick Heckstall Smith è stato senz’altro uno dei massimi protagonisti del british jazz/blues, dagli albori nei primissimi anni 60 sino alla sua scomparsa avvenuta nel 2004. DHS ha suonato,con un ruolo da protagonista, in tutte le esperienze blues inglesi più importanti di quel periodo e poi del presente: dai Blues Incorporated di Alexis Korner ai Bluesbreakers di John Mayall, dalla Graham Bond Organisation ai Colosseum sino ai Mainsqueeze, ai The Famous Bluesblasters e la Hamburg Blues Band negli anni '90 e 2000. Cominciò a studiare il sassofono a 15 anni e nel 1953 suonò con la jazz band del Sidney Sussex College di cui diventò il leader, le sue prime fonti di ispirazione furono grandi miti del jazz come Sidney Bechet e Lester Young. I suoi sassofoni (soprano, alto e tenore), con il loro sound ispirato dal rivoluzionario musicista jazz afro americano Rashaan Roland Kirk (da cui ereditò l’abitudine di suonare due sax contemporaneamente!), hanno dato lustro ad alcuni dei momenti migliori del jazz/blues inglese. DHS è stato tra i protagonisti di dischi leggendari, che hanno fatto la storia del rock inglese e del british blues: da "R & B from The Marquee" con Alexis Korner a "Valentyne Suite" con i Colosseum, da "Bare Wires", "Diary Of A Band Vol.1-2" con John Mayall’s Bluesbreakers a "The Sound Of 65" con la Graham Bond Organisation. La sua produzione discografica come solista si è soprattutto sviluppata negli anni 80 e 90, ma iniziò con la registrazione nel 1972 dell’lp "A Story Ended" (Bronze 72), un disco relativamente poco conosciuto ma di grandissima qualità, che ebbe la produzione di Jon Hiseman e vide collaborare con DHS alcuni dei principali solisti britannici del momento: Chris Spedding (chitarra), Graham Bond (keyboards), Paul Williams (voce), Chris Farlowe (voce), Caleb Quaye (chitarra), John Hiseman, Mark Clark e Dave Greenslade (batteria, basso e tastiere e tutti e tre ex Colosseum), Gordon Beck (keyboards) e Rob Tait (batteria). Il disco, ispirato e originale, che venne registrato subito dopo lo scioglimento dei Colosseum, contiene alcuni brani formidabili, originariamente scritti da DHS con il chitarrista Clem Clempson per un nuovo lavoro dei Colosseum, che però non vide mai la luce. La tracklist del disco comincia con Future Song, complesso brano caratterizzato da un riff intricato, dove il sax di DHS gareggia nella ricerca di complicati fraseggi con la chitarra dell’ex Hookfoot, Caleb Quaye, continua poi con Crabs e Moses At The Bullrushorses, due brani trascinanti, impregnati di sonorità funky con un Graham Bond scatenato all’organo Hammond e Paul Williams alle lead vocals, a seguire What The Morning Was After e la lunga Pirate's Dream, brano dall’inizio trasognato che poi si trasforma in una cascata scintillante di suoni, con delle dinamiche fantastiche: il lirico solismo del sax tenore di Smith e la potente voce di Chris Farlowe in tutta la sua incredibile estensione, Bond impegnato nel creare sonorità impossibili con il suo solo di Moog Synthetizer. In chiusura Same Old Thing, slow blues creativo carico di feeling con protagonista la splendida voce black di Paul Williams e la chitarra nervosa di Chris Spedding. Un disco bellissimo, dove blues, jazz e rock si incontrano al meglio delle possibilità espressive dei musicisti impegnati. Più volte ristampato in cd, anche con bonus tracks, versioni live di alcuni brani e due interessanti inediti, un classico degli anni 70. Un disco, per certi versi, simile fu "Sweet Pain", registrato qualche anno prima, nel 1969 e pubblicato in GB dall’etichetta Mercury. Non fu un vero disco solista di DHS, ma una sorta di jam a cui parteciparono alcuni dei protagonisti del blues revival inglese anni 60. Victor Brox aka Sam Crozier, ex lead vocalist dell’Ainsley Dumbar Retaliation, tastierista e trombettista, a mio parere, una delle voci più belle e coinvolgenti del british blues (lo sostenevano anche Hendrix e Tina Turner), sua moglie Annette Brox anch’essa cantante, il cantante Alan Greed ex Running Man, l’armonicista John O’Leary ex Savoy Brown, il bassista Keith Tillman ex Bluesbreakers, il batterista Junior Dunn e il chitarrista Stuart Cowell poi ex Titus Groan e con i Paul Brett’s Sage; a completare la line-up di questa band dalla vita brevissima, i sassofoni e il flauto di Dick Heckstall Smith, ovviamente, con un ruolo da protagonista. Sweet Pain, fu pubblicato negli USA con il titolo: "England’s Heavy Blues Super Session", fu decisamente un disco orientato al blues con le inevitabili influenze rock psichedeliche tipiche del periodo. Alcuni titoli: The Steamer, Sick and Tired, la lunga General Smith, la classica Trouble In Mind e la conclusiva Song Of The Medusa; il mood del disco fu caratterizzato da suoni crudi e primitivi, che lo resero un classico per gli appassionati del genere, ma non gli fecero ottenere i riscontri di vendite sperati. Un epoca quella dove i musicisti si potevano ancora muovere autonomamente dalle logiche del business e in questo caso lo fecero senza porsi alcun problema, semplicemente suonarono quello che piaceva a loro, come volevano, in assoluta libertà. Del disco in questione, piuttosto raro nella sua veste originale, esiste una cd-r. Dalle profondità più oscure della miniera d’oro del rock anni 60/70, due piccole gemme da riascoltare con attenzione.

Guido Sfondrini

Dick Heckstall Smith

Elegy (from "Valentyne Suite", Colosseum)
Look In The Mirror (from "Bare Wires", John Mayall)

Dick Heckstall Smith discography

1969 Sweet Pain (Mercury)
1972 A Story Ended (Bronze/Sequel)
1991 Live 1990 (Bellaphon Records)
1991 Where One Is (Mainstream)
1995 Celtic Steppes (Thirtythreerecords)
1995 This That (Atonal)
1996 Bird in Widnes (Konnex)
1998 Obsession Fees (R & M Records (Germany)
1998 On the Corner/Mingus in Newcastle (33Jazz Records)
2001 Blues and Beyond (Spitfire Records)

mercoledì 4 maggio 2011

DIAMONDS - CREAM: "Disraeli Gears" (1967, Polydor, Atco, Reaction Rec.)

1 Strange Brew (Clapton, Collins, Pappalardi)
2 Sunshine of Your Love (Bruce, Brown, Clapton)
3 World of Pain
4 Dance the Night Away
5 Blue Condition (Baker)
6 Tales of Brave Ulysses
7 SWLABR (Bruce, Brown)
8 We weren't Going Wrong
9 Outside Blues Woman
10 Take It Back
11 Mother's Lament


L'after-beat inglese si contamina sempre più, perde quella leggerezza sonora e si imbatte in un cannone che sputa fiori in una Los Angeles calda, fraterna e piena di Harley pronte a ruggire dentro ad un sole carota che scalda le braccia e le chitarre. La lezione del vecchio blues fatto di verande e Mississippi, sigari e puttane, coltelli e finti indirizzi, cotone e stradine polverose, bettole e Ku Klux Klan è diventata anche cintura di sicurezza dei bianchi, di quei bianchi sbarbatelli che sotto la cura psicologica e paterna di un volenteroso John Mayall, il padre del blues bianco e britannico, hanno fatto breccia e arso cromosomi psichedelici di lampade al petrolio sotto la forza funesta di una pentatonica minore. Il blues è diventato anche bianco. Il bianco urla e difende la parte debole, combattendo in un vecchio amplificatore e sputando profezie analoghe al gioco del duello filosofico e storico dentro ad un microfono emancipato e ricco di virtù. "Disraeli Gears" esce nel novembre del 1967 facendo gridare al miracolo. Psico-blues,heavy-riff, in una decina di canzoni e mangia cervelli elegantemente sporchi e senza tempo, involucri di sottili ragnatele nell'anticamera delle nostre speranze.
I sir, Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton fanno lotta libera con un altro power trio importantissimo dell'epoca, i Mountain del gigantesco, incazzato e gibsoniano Leslie West. I Cream in ogni caso, hanno quella contaminazione nera, hendrixiana e valvolare che fanno del suono inglese del periodo un vero e proprio must. Clapton è profondamente ispirato e riffaiolo, la sua Gibson les paul sg del 62 verniciata a festa assieme alla sua Gibson 335 cherry ci regalano uno dei riff più copiati, amati, evocati e tribali della storia del rock.
La psichedelia entra prepotente e invasata come un demone sull'acquasantiera nella musica del power trio inglese, che dal look, alla copertina, alla musica, dipingono affreschi floreali e lasciano ombre di zampe di elefante sulla tela del tempo. Strange Brew (firmata anche da Felix Pappalardi bassista e produttore dei Mountain) apre questo disco storico e innovativo. Crudele, assassino, maniaco e lisergico il suono che i tre regalano al via. Sunshine of Your Love è storia, didattica, studio, eleganza, rock, acidume e spensieratezza. Uno dei riff più importanti e belli della storia del rock, per facilità di esecuzione, maleducazione e permalosità. Anche Hendrix, il signore di Seattle si è divertito a risuonarla in versione più veloce e ancora più tritata. World of pain, Blue condition, Outside Blues Woman, insomma un disco da odorare e far evaporare nei pensieri e negli ingranaggi di un cervello attivo e autostoppista. Disraeli Gears, un tributo e un impasto di tante cose che fanno bene alla speranza, alla salute e al fegato. Un album e un pezzo di storia animale, primitivo, innovativo e sempre forte e virale come un iniezione di colore.
Patrizio Maria

FRATELLI CALAFURIA: “Musica rovinata” (2011, Massive Arts Records/Self)

Bel nome Fratelli Calafuria, mi fa pensare a regicidi ed epopee risorgimentali. Ridotti a duo dopo l'abbandono del batterista, registrano il secondo album “Musica Rovinata” con Giulio Ragno Favero dei grandi Teatro degli Orrori e Moreno Ussi dei La crisi alla batteria, a tre anni dal precedente “Senza titolo - del fregarsene di tutto e del non fregarsene di niente”. Il disco si apre con Pezzo giallo, un hardcore sparatissimo che mi riporta ai miei anni universitari e ai concerti alla Casa dello studente. Sulla stessa falsariga la seguente Fare casino, con innesto di elettronica. La title track è un po' troppo Subsonica. Disco tropical, con ospite Dargen d'Amico, parodizza certo rap alternativo coattone, ma suona troppo uguale agli originali per colpire e affondare. Di testa parte hardcore e plumbea, poi introduce dissonanze e spiazzamenti, quindi nel ritornello è persino melodica. Bello alterna hardcore a passaggi sincopati, arrivano anche armonie beatlesiane, ma di nuovo la voce è troppo simile a quella di Max Casacci. Pulsantoni, elogio demenziale dell'elettronica, ricorda certi esperimenti di Bugo, sintetizzatori e chitarre si mescolano bene, viene voglia di ballare. Torno su comincia punk, si fa beat, ha un bell'intermezzo elettronico-tribale, c'è anche l'assolone di chitarra, il testo sfodera rime prevedibili. Loretta è una ballata lenta, sognante, vagamente lounge, qui sfoderano addirittura il vocoder, ma non fatevi ingannare, il testo è demenziale. Chiude il disco Ilfattodeicdincantati, brano che prende in giro un certo filone dell'elettronica indie, ma che in sè non ha nulla da dire. Il timer indica undici minuti, ma sono solo i normali tre: e infatti ecco arrivare la ghost track, un montaggio di spezzoni musicali vari, probabilmente prove in sala. Che dire di questo disco, in conclusione? A tratti è molto divertente, piacerà senz'altro agli ascoltatori più giovani che amano pogare; alcuni brani sono invece troppo ingenui, le parodie troppo uguali agli originali che prendono di mira. Il gruppo ha delle potenzialità e quando insiste sul ritmo, che sia punk o quasi disco come in Pulsantoni, è davvero piacevole: ma soprattutto per quanto riguarda i testi si può fare di più. Immagino che i Fratelli Calafuria, che sono di Milano ed esistono da dieci anni, diano il meglio di sé dal vivo, possibilmente in un centro sociale o in un festival all'aperto, dove il pubblico ha voglia di divertirsi.
Alfredo Sgarlato

OKKERVIL RIVER: “I Am Very Far” (2011, Jagjuwar Records)

Folk-rock: una definizione che, alle orecchie dei vecchi rockettari come me, richiama gli echi di Fairport Convention, Pentangle o, al massimo, Pogues. Bene, siamo lontani miglia e miglia da quel contesto, e chi utilizza quella categoria per definire questo lavoro degli Okkervil River vi sta fuorviando. Non è una questione temporale e nemmeno geografica (la band è originaria di Austin, Texas), è che qui siamo su un territorio diverso: volendo proprio trovare una definizione alla musica dei nostri, potremmo utilizzare il termine “indie”. Siamo oltretutto di fronte a un disco che si stacca dai precedenti del gruppo, assente dalla scena dal 2008, per un suono più “caotico”, in cui alla pulizia e al rigore formale dei pezzi di “The Stand Ins”, si sostituisce un approccio rumoroso, con una batteria molto pompata in sede di produzione (curata dal leader della band, Will Sheff) e il continuo utilizzo di fiati e archi. In definitiva, una svolta melodrammatica, che porta il gruppo ad assalirci con un vero e proprio “wall of sound” fin dal primo pezzo, The Valley, una specie di marcia guidata dal rullante e da un tappeto di tastiere e archi che quasi sovrasta la voce tutta “di testa” di Sheff. Il secondo pezzo, Piratess, uno degli episodi migliori del disco, è più rarefatto, con un piano elettrico piuttosto liquido ed è seguito dalla springsteeniana (troppo, per me) Rider e dalla ballata Lay Of The Last Survivor, che  riporta alle atmosfere dei dischi precedenti. Con White Shadow Waltz si torna alle sventagliate di batteria e archi, mentre regna un piano insistente sulla seguente We Need A Myth, che termina con un crescendo nel quale, pare, sono state utilizzate 45 (!) chitarre acustiche. Quindi riecco una ballatona in minore, Hanging From A Hit, che ho trovato riuscita, con un'atmosfera da tarda serata tra amici. Si resta su un registro intimista con Show Yourself, per un volta con strumentazione e formazione ridotte (cosa questa che giova al gruppo: e infatti è un altro dei pezzi forti del disco), che termina con un lancinante assolo di chitarra. Sempre “downtempo” è Your Past Life as a Blast, seguita dal singolo Wake And Be Fine,  quasi un valzer con tanto di ance, archi e timpani assortiti. L'album termina con la lunga The Rise, scritta da Sheff durante un periodo passato presso la famiglia nel rurale New Hampshire, le cui atmosfere bucoliche risuonano nel pezzo. Un buon lavoro quindi, ricco di momenti evocativi, a suo modo creativo, anche se la magniloquente produzione finisce per renderlo pesante.
Luca Sanna

martedì 3 maggio 2011

LORDS OF ALTAMONT : “Midnight to 666” (2011, Fargo)


I Lords of Altamont, meglio conosciuti come il gruppo di Jake Cavaliere dei Fuzztones per questo quarto nuovo lavoro aggiungono alla formazione un elemento di prestigio, Harry “Full Tilt” Drumdini alla batteria, colui che con i Cramps aveva registrato i loro ultimi tre album. Qui il suo stile tanto irriconoscibile quanto ben inserito nel contesto, in certi passaggi, trasforma la sezione ritmica dei Lords in quella di un gruppo hard rock. Una cosa che appare subito evidente fin dai primi secondi di ascolto in "Midnight to 666" è il tiro potente e definito che la band ha acquisito nell’insieme. Un accurato lavoro di produzione lascia intendere che i ragazzi (si fa per dire) hanno intenzioni serie: questo vuole essere l’album del botto. Le coordinate sono le stesse dei lavori precedenti e sempre ben evidenti: il detroit sound di Stooges, Sonic Rendez-vous band, MC5 (lo stesso Michael Davis ha suonato il basso con loro per un periodo), che viene riconfermato senza esitazione. Midnight to 666 (titolo ispirato dalla Midnight to six dei Pretty Things, una delle bands preferite da Jake) si apre con una sequenza di tre brani da tramortire, F.F.T.S., You’re gonna get there, e Get in a car. Questo è rock’n’roll da strada, con il motore a pieno regime, le marmitte fuoco e fiamme, e visto che la strada è sgombra, l’ideale è procedere con questa “soundtruck” che vi terrà sicuramente svegli, magari al ritorno dal vostro prossimo concerto a tre ore di macchina da casa. Poco importa quindi se Gettin’high (on my mistery plane), brano che tra l’altro risale a un paio di anni prima, sembra qualcosa di più di un innocente ammiccamento alla Loose di "Funhouse"; non ci stupiamo più di tanto. E anche quando si stacca per un attimo il piede dall’acceleratore con Save me (from myself) e Soul to sale la sensazione è ancora di quella di rimanere saldamente incollati al sedile. Un disco che si farà apprezzare da chi già lo aveva fatto con "To Hell with the lords" (2002), "Lords have mercy" (2005), e "The Altamont sin" (2008), ma che in più mantiene molte sfumature garage sixties e psichedeliche. Il loro personale tributo per omaggiare il fil rouge sixties/seventies che li lega: Ain’t it fun dei Dead Boys, il bubblegum punk di Tommy James and the Shondelles con I’m alive e la conclusiva Action Woman dei Litter che spazza via quel poco che ancora era rimasto in piedi. The Lords of Altamont – la band di Jake Cavaliere e Harry Drumdini - poi la prossima volta si vedrà.
Federico Porta
Soul for sale